|

Dalla lettura dell’ottimo articolo del dott.
Catania, pubblicato su I.O. del mese di marzo,
si colgono, diversi spunti di notevole interesse
per comprendere come effettivamente ancora oggi,
viva, anche all’interno delle nostre realtà, una
sindrome “da paura”, la stessa che ci porta a
pensare che il nostro hobby possa essere in
qualche modo limitato e quindi come conseguenza
diretta, evitiamo di manifestarlo al grande
pubblico, negandoci il confronto con il mondo
esterno per non subire le possibili critiche che
ci possono piovere addosso, un silenzio che
secondo una logica tutta nostra, (logica
sbagliata e pericolosa), ci consentirebbe, di
conservare così come sono, queste isole
personali che ci siamo creati.
Paure, che il dott. Catania, addebita
giustamente alla particolarità del nostro hobby,
che porta a pensare ad una passione “sbagliata”
una passione che non tiene conto di altri esseri
viventi seppur animali, che esalta il nostro
egoismo in cerca di soddisfazioni effimere
attraverso i nostri amici alati, ed inoltre pone
giustamente in evidenza le contraddizioni che
l’uso della gabbia e quindi il concetto di
sbarre, danno dell’idea di pena, reclusione,
punire la libertà degli uccelli, senza rendersi
conto che effettivamente i nostri amici conosco
solo la gabbia come Isola di felicità e non
conoscono gli spazi aperti, gli stessi, che in
un ipotetico paragone possono configurarsi come
la concezione di “spazio universale” per l’uomo,
il discorso del dott. Catania, pone inoltre in
evidenza, che non solo l’opinione pubblica ha
questa visione, ma proprio noi allevatori,
abbiamo paura del confronto su questi temi e sul
nostro mondo, sviluppando una scarsa volontà di
comunicare con l’esterno.
Ancora oggi infatti, gli allevatori si
nascondono, guai a manifestarsi più di tanto,
guai a scendere in piazza, guai a dire al mondo
che esistiamo, perché la paura è quella di
essere
|
|
giudicati male, di subire le possibili
ritorsioni, la possibile individuazione, i
controlli sanitari, l’applicazione di imposte o
altre incombenze e appunto paure, che si sentono
ascoltando nelle mostre, allevatori da sempre
abituati ad isolarsi nel loro mondo irreale e
non capaci di controbattere all’incidere delle
associazioni ambientali e ad una idea negativa e
confusa che l’opinione pubblica, nel corso degli
anni ha elaborato sul nostro mondo.
Bene, questa è la via sbagliata, perché proprio
quelle paure, possano concretizzarsi e divenire
realtà e l’esempio avuto con l’aviaria, non è
altro che il campanello d’allarme, vivere di
mostre limitate ai pochi addetti, scarsamente
pubblicizzate e anche mal organizzate, sono
proprio questi elementi che costituiscono
insieme ad altri più squisitamente personali, il
limite all’espandersi del nostro hobby, il quale
già nella sua natura, presenta diverse
difficoltà, dovendo avere molto tempo a
disposizione, una professionalità nell’accudire
e curare i nostri amici alati che va acquisita e
ampliata giorno per giorno e una dedizione che
rasenta la paranoia, per esporli in mostra poi,
sobbarcarsi chilometri e chilometri di strada,
imponendo dei sacrifici non solo alle nostre
persone ma anche alle nostre famiglie, tutto ciò
necessario se si vogliano conseguire risultati
soddisfacenti.
Ebbene dopo tutto questo, dovremmo sentirci
anche dire che siamo dei carcerieri?
In realtà invece, dovremmo sentirci fieri di
consentire che delle vite nascano, sopravvivano,
che intere generazioni e specie di uccelli
possano esistere se ci siamo noi, altro che
nascondersi, è questo il messaggio che deve
passare, un uccello nato in gabbia, fuori dalla
stessa è di sicuro un uccello morto.
Nascondersi e isolarsi però sono senza ombra di
dubbio le vere piaghe che vanno combattute al
nostro interno. Contro gli stessi preconcetti
che ne scaturiscono, deve lottare una
Federazione, (anche per il tramite delle tante
Associazioni), che vuole assurgere ad un ruolo
attivo fra le associazione ambientaliste, non ci
si può fregiare di un titolo giusto e conseguito
dopo molti sforzi e poi sentire le stesse
litanie enunciate precedentemente, ripetersi
giorno per giorno nei siti, nelle mostre e in
ogni altro luogo dove si parla di ornitologia,
quasi cogliendo un distacco fra una realtà che
tenta di camminare in avanti e i tanti
allevatori che rimangono isolati storicamente,
oppure disperso come tema in un assurda
contrapposizione politica.
Non può bastare una parola a concretizzare una
realtà, ma bisogna costruire intorno ad essa una
profonda trasformazione culturale e un movimento
di idee e di opinione con un lungo lavoro da
avviare
|
|
nelle nostre associazioni e nei nostri tanti
microcosmi. Prima prendiamo coscienza tra di
noi, che siamo degli allevatori con la “A”
maiuscola che contribuiamo a creare delle vite e
che siamo custodi di tecniche di riproduzione e
sopravivenza degli animali e poi saremo in grado
di portare al centro delle discussioni in tema
ambientale il nostro mondo, ma se ciò non
avviene saremo costretti a veder ridurre le
nostre schiere di sostenitori.
La Federazione e le Associazioni devono quindi
porsi l’obiettivo di educare, di
responsabilizzare e di guidare le scelte in tema
ambientale, e di avviare tutte le collaborazioni
possibili con le Università i Centri di Ricerca
e di Studio, approfondire e curare le relazioni
con i Ministeri e con gli Enti Locali, oltre che
a mettere ordine in una legislazione distribuita
a macchia di leopardo sul territorio nazionale
avvolte anche in maniera contraddittoria, avere
consapevolezza che va curata ogni iniziativa che
ci porti ad avere un costante monitoraggio delle
nostre realtà, non per violare la privacy degli
allevatori, ma per far si che questi dati
possano offrici la possibilità di intervenire in
caso di necessità, in un lavoro teso anche alla
ricerca di sicurezze sanitarie e ambientali,
assolvendo ad uno scopo non solo personale ma
anche sociale, oltre che a prendere atto della
nostre potenzialità, della qualità e tipologia,
del nostro operare, questa è la via per non
lasciare senza senso la parola Ambientalista
accanto alla F.O.I., su questa strada si gioca
anche il nostro futuro e la capacità di arrivare
ai giovani, il rischio reale potrà essere quello
di disperdere un bagaglio di esperienze acquisto
negli anni, all’indomani della dipartita dei
tanti allevatori, che stanchi e non più giovani
abbandonano questo hobby.
Se infatti si dovesse fare un screening,
dell’età degli allevatori, balzerebbe subito
agli occhi che forse il 20 o 30 % di essi ha una
età inferiore ai 50 anni, calato poi questo
dato, in una società come quella italiana che
invecchia sempre di più, giorno per giorno, ci
porta a capire quale sia la necessità di non
rimanere isole disperse nell’oceano
dell’indifferenza, soprattutto in una società
che cambia in maniera rapida, ecco perché vanno
ricercate soluzioni che ci portino a dialogare
con la società e con i giovani, non fosse altro,
che per trasferirgli queste conoscenze e per
assicurare la sopravvivenza del nostro hobby, in
un incontro generazionale da padre a figli.
Come si vede lo slogan lanciato da Salvo Catania
“Volare è una scelta obbligata” acquista valore,
più per noi allevatori, che per i nostri amici
alati, perché davvero se non combattiamo
l’oscurantismo che è in noi, corriamo il rischio
di non volare più entrambi.
|
Testo di Enzo Valori
Foto di Redazione |
|