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Vorrei ritornare su una domanda banale alla quale qualcuno
ha già tentato di rispondere nel passato: perché
mai alleviamo?
Si potrà rispondere: perché ci fa piacere e questa è
certamente una validissima risposta ma è troppo
soggettiva per potere essere soddisfacente. A
molti fa piacere una determinata attività che
non necessariamente è utile, neppure
necessariamente è morale e magari neppure è
svolta tanto bene. C’è tanta gente che si
diverte a pasticciare su tele disegni
decisamente brutti, altri provano gioia facendo
tiro a volo e vedendo “scoppiare” gli uccelli
colpiti in una esplosione di penne, ci sono
architetti che si fanno pagare bene per
progettare edifici brutti e poco pratici. Come
ci poniamo noi allevatori tra tutta questa
gente?
A questa domanda possiamo rispondere in buona coscienza che
noi non ci divertiamo a fare del male a nessuno
e neppure ci possiamo permettere di lavorare
male perché, così facendo, gli allevamenti non
riescono e addirittura gli uccelli muoiono.
Dunque, noi creiamo e diffondiamo animali
domestici e, se vogliamo farlo, siamo costretti
a farlo anche bene.
Bene ma come? Gli animali domestici e le piante alimentari
furono creati a partire da specie selvatiche per
mezzo della selezione artificiale nel corso
della storia umana. Il loro aspetto esteriore, a
differenza di quello delle specie selvatiche che
è determinato dalle pressioni ambientali, viene
in parte deciso dall’allevatore in base alle sue
esigenze. Dico “in parte” perché molte
caratteristiche sono decise da un lato dalla
natura stessa della materia, dall’altro dal tipo
di organismo da cui si parte, e ciò è valido sia
per la selezione naturale sia per quella
artificiale. Nessuno potrà mai ottenere un
canarino di forma cubica e neppure arrivare a un
corpo serpentiforme partendo da un cavallo, tali
asserzioni possono apparire banali ma i loro
contenuti sono, in effetti, di natura
prettamente culturale.
Dunque, nell’ambito di questi limiti, il domesticatore
tradizionale lavorava per la propria utilità:
produceva cani da caccia, da guardia, da
pastore, produceva cavalli da
lavoro o da corsa, polli da uova
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o da carne, piccioni da carne o da competizione.Ben presto, però, si incominciò anche a produrre animali
“da compagnia” con criteri non completamente
funzionali, piccoli cani da tenere in casa,
inutili per qualsiasi utilizzo pratico, colombi
ornamentali, cavalli di taglia minima da far
montare ai bambini, etc. In questa fase,
tuttavia, l’estetica delle nuove razze era
ancora condizionata in un certo grado dalla loro
funzionalità.
È naturale criticare chi si prenda in casa un San Bernardo,
cane “progettato” per muoversi sulla neve, in
ambienti ostili o semplicemente chi tenga un
pastore tedesco su un prato da cinquanta metri
quadrati.
Estetica e funzionalità hanno una logica di collegamento,
così è stato per lungo tempo finché non si è
giunti all’ornicoltura moderna.

Il nostro problema è filosofico e non è affatto
banale: se l’aspetto esteriore di un animale
selvatico e anche di un antico animale domestico
risponde a precise esigenze funzionali, se la
sua bellezza rappresenta la risposta adattativa
a un certo tipo di ambiente o di funzione, che
cosa dovrebbe rappresentare una Razza domestica,
per esempio, di Canarino? Giovanni Canali mi
dice: solo e semplicemente l’estro creativo di
un essere umano, la nostra è una forma d’arte.
Questa risposta mi accontenta solo in parte perché non
tutti sono dotati di estro creativo come il
Caravaggio o Goya e quindi non tutti sono in
grado di progettare qualcosa che rappresenti una
icona e non
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semplicemente uno sgorbio. Tanto per fare un esempio
abusato ma proprio per questo non passibile di
offendere, l’Ondulato inglese rappresenta
indubbiamente una visione molto particolare e
non necessariamente fedele del Melopsittacus
undulatus. Il creatore della Razza ha voluto, in
un certo senso, “congelare” l’aspetto del
Pappagallino maschio in corteggiamento. È una
scelta non condivisibile da tutti, oggi è una
scelta più accettabile perché esiste anche lo
standard dell’Ondulato di colore ma in passato,
a mio parere, come unica visione dell’Ondulato
domestico rappresentava una forzatura.
Posso accettare in via provvisoria e come puro e
semplice punto di partenza l’idea di Canali a
patto di tenere d’occhio le caratteristiche
originarie della specie da cui si fa derivare
una determinata Razza. Un cane da caccia deriva
dal lupo, tutti i cani da caccia sono animali
ben diversi dal lupo ma del loro antenato
conservano alcune determinate caratteristiche
che sono diventate ancora più funzionali;
esistono specialisti della cerca, del riporto,
dell’inseguimento. Tra i canarini confesso di
essere affascinato da alcuni splendidi colori
del Sassone e dalla forma o il disegno di alcune
Razze inglesi, in particolare dal disegno del
misterioso Lizard che forse esprime un carattere
ancestrale che in tutte le altre Razze rimane
represso in modo efficace. Non sempre, però, si
lavora con tale sagacia, per esempio che senso
ha diluire i colori del Diamante di Gould o
aumentare la taglia del Diamante mandarino?
Beninteso, tutto si può fare ma qual è la logica
estetica e/o funzionale di queste operazioni? E
infine, che cosa ne pensano gli interessati,
voglio dire gli uccelli che sono esseri
senzienti che noi dobbiamo rispettare?
Beninteso, non credo che a un Canarino interessi
più che tanto essere giallo, bianco, pezzato,
ardesia o altro ancora. Non sono, tuttavia,
sicuro che un Gibber italicus sia contento di
essere quello che è, non voglio dire che si
possa lamentare esplicitamente della sua
condizione, ma implicitamente si eccome! Che
cosa aveva in mente l’artista che l’ha
disegnato? A questa domanda io non so
rispondere. C’è qualcun altro che si sente di
farlo?
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Testo di Renato Massa
Foto di Redazione |
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