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ESSERE ALLEVATORE
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comunque ci
fanno sentire meglio ogni qualvolta li rammentiamo.
Allevare
uccellini, per molti può essere considerato un efficace
antistress, una specie di “valvola di sfogo”, per altri è un
ottimo e salutare passatempo.
Per alcuni è
una sorta di “sfida” contro se stessi o contro gli altri, per
diversi altri è pura passione, ma per tutti è sicuramente motivo
d’orgoglio.
L’Allevatore
“vive” il suo allevamento; conosce i suoi volatili uno a uno, si
sente parte integrante e ne percepisce le sensazioni.
Tra
l’Allevatore e i suoi animali s’instaura un legame speciale e ne è
prova il fatto quando entrando in allevamento il “trillio” o il
“cicaleccio” dei nostri amici si fa diverso, più allegro e
squillante; quasi a salutarci o in periodo di esposizioni, quando
dopo alcuni giorni di distacco, ritorniamo in mostra e al
passaggio tra le cavalle, i nostri uccellini danno l’impressione
di poterci riconoscere.

Essere
Allevatore non significa essere detentore.
Detentore è chi
tiene un Canarino in una gabbia appesa sul balcone esposta al
sole, ai venti e alla pioggia e si aspetta che il povero volatile
canti di gioia, detentore è chi acquista volatili per semplice
capriccio per poi disfarsene dopo breve tempo perché stanco di
“allevare”, detentore è chi vede nei volatili semplici “animali da
reddito” e nulla di più.
Dinanzi a
questi fatti, l’Allevatore si sente offeso e frustrato, perché sa
che per l’opinione pubblica, sarà equiparato a quegli individui.
Allevare è
tutto questo e forse qualcosa di più e quando qualcuno di noi deve
inevitabilmente smettere l’attività. il vuoto che si forma porta
in sé un velo di profonda tristezza come se ci fosse venuto a
mancare un conoscente… un Amico di vecchia data.
Non esiste un
motivo per cui si allevino uccellini da affezione; esistono
piuttosto una serie quasi infinita di cause che possono variare da
individuo a individuo; una specie di Sindrome per la quale l’unica
terapia conosciuta consiste in un Mondo racchiuso all’interno di
una gabbia.
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Testo di Giovanni
Fogliati
Foto di Redazione |
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Se poche righe
stampate su un mensile di “nicchia” possono portare un individuo a
un esame di coscienza, beh; dopo aver attentamente letto
l’articolo del prof. Massa, apparso su Italia Ornitologica di
febbraio, devo serenamente riconoscere che se il “target” era
questo, nel mio caso è stato pienamente raggiunto.
Non che con
questo si debba arrivare a una sorta di “Processo agli
allevatori”, ma effettivamente il fugace pensiero sull’intimo
“perché” si allevino volatili da gabbia sino ad ora non mi si era
mai presentato.
È evidente il
fatto, che molteplici sono i fattori che inducono un essere umano
ad allevare animali da affezione; perché questo, in effetti, sono
per noi allevatori i nostri volatili.
Sicuramente è
un qualcosa d’innato, qualcosa che non può apparire in età più
adulta, ma che in realtà era già insito in noi sin dalla
fanciullezza.
Molti degli
allevatori in età matura, probabilmente ricordano con piacere gli
anni in cui, ancora ragazzini, si arrampicavano sugli alberi in
cerca di nidi, lo stupore nel vedere al loro interno le uova o i
piccoli, l’estrema cautela nel ridiscendere e lasciare che la
Natura continui il suo corso, magari dando un’occhiatina di quando
in quando.
A quanti di
noi, ora allevatori sugli “anta”, non sarà capitato di passare
sotto una siepe o un albero dopo un furioso temporale e trovare a
terra un nidiaceo di merlo o di ghiandaia tutto bagnato e
indirizzito dal freddo; febbrilmente raccogliere quel mucchietto
di penne bagnate per correre di filato a casa e chiedere a nostro
Padre cosa fare in quel frangente e vedere quel Padre che a volte
ci sembrava tanto burbero, avviarsi premuroso verso la stalla e
preparare un
giaciglio di paglia in una vecchia scatola da
scarpe in |
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cui porre il
piccolo implume affinché possa stare al caldo e all’asciutto.
Passare le
giornate a cercare di saziare quel becco perennemente aperto per
poi vederlo volare via qualche tempo dopo ormai pronto per
affrontare la vita.
Quanti di noi,
ancora bambini abbiamo alzato gli occhi al cielo per seguire con
lo sguardo il volo di una Rondine o meravigliarci dinanzi alle
evoluzioni di uno stormo di Storni o semplicemente per un Passero
appollaiato su un ramo in una fredda mattina.

Quel che si
sente è un desiderio impulsivo; un fuoco che “brucia dentro” e che
lascia dietro di sé i tizzoni ardenti di una spensierata
giovinezza.
Qualcuno riesce
a ravvivare quei tizzoni e il desiderio rivive sotto forma di una
gabbia ospitante una coppietta di Canarini o di “Cocorite”; dataci
in dono per festeggiare una qualche ricorrenza importante oppure
acquistata con i risparmi della “paghetta”, ma questo non ha
importanza perché ai nostri occhi, il Mondo intero è racchiuso in
quella gabbia.
Le
vicissitudini della vita, portano sempre a dei cambiamenti anche
radicali, difficilmente però si scordano quei momenti felici.
Come dicevo
prima, molteplici sono i fattori che inducono all’allevamento dei
volatili da affezione; sicuramente legati a fatti che ci hanno
accompagnato nell’arco della nostra
esistenza, ma che |