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Ogni lettore ha diritto ad una informazione
trasparente, responsabile e corretta, schiva da
ogni strumentalizzazione. E questo vale ancor di
più per “Italia Ornitologica”. Una rivista
redatta, mai dimenticarlo, dai propri lettori.
Sta poi al direttore, la decisione finale di
pubblicare, o meno, un testo. Intendiamoci
subito: succede così in tutte le Redazione di
giornali e riviste del mondo;ma non lo nascondo,
le poche volte che mi é capitato non l’ho mai
fatto a cuor leggero ma sempre nel solo, e unico
interesse dei lettori. Succede, qualche volta,
che un articolo contenga delle informazioni poco
interessanti, già conosciute, o di cui si è già
scritto qualche volta di troppo; un altro
menzioni situazioni, in modo volutamente
esagerato. E così via. Lascio quasi sempre
correre. Sono gli effetti collaterali di una
rivista che nasce, tutti i mesi, dal contributo
(sempre prezioso) di tanti allevatori che,
chiaramente, non possono anche essere dei
cronisti provetti. Anche se, fra noi qualcuno
c’è, e ce lo teniamo ben stretto. So bene che le
uova di formica non si devono cercare nei
formicai; che il latte fa più bene ai bambini
che agli uccelli; che la malattia degli occhi
gonfi c’era già 50 anni fa; che il vaccino del
vaiolo diventa indispensabile solo quando è
irreperibile; che i Telegiornali trasmettono più
influenza aviare di qualsiasi altro uccello; che
discutere l’A.G.I è pericoloso come il morso
della vipera; che l’allevamento dei pappagalli è
un hobby accessibile a tutti e non solo a quelli
dal sangue blu; che le repliche sono come il
formaggio sugli spaghetti: ben vengano senza
esagerare. Quando, qualche liberale a targhe
alterne, mi scrive: «…non capisco come uno
scritto del genere possa aver trovato spazio su
Italia Ornitologica» mi fa, inconsapevolmente,
un grande complimento.
E’ la prova provata che il nostro è un giornale
libero, che non porta l’acqua al mulino di
nessuno. Quello che non tollero, e non tollererò
mai, è quando non potendo attaccare un
ragionamento, si attacca “il ragionatore”. E si
pretende pure di farlo dalle pagine della nostra
rivista. Questi scritti finiscono, oggi come
ieri, – senza indugi- nel dimenticatoio. Sono
certo che, tutte le persone ragionevoli, saranno
d’accordo con questa
scelta editoriale. Questo non
vuol dire negare la libertà di stampa,
figuriamoci: è tutt’altra cosa. Le informazione
errate, i refusi vanno rettificati e corretti. |
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Tutti i giornali commettono degli errori: è
fisiologico. Non bisogna farne un dramma.
L’importante, uno volta resosi conto dello
sbaglio, è correggersi. Senza mai dimenticare
questo:le persone che tutti i mesi inviano in
Redazione articoli e fotografie a cui, con
l’occasione, va tutto il mio sincero
ringraziamento non percepiscono un centesimo per
il loro prezioso lavoro. Un poco di comprensione
non guasterebbe. Anche perché, alla fine, i
benefici del loro impegno sono per tutti. Su
questo punto sono intransigente. Non accetto mai
critiche sulla nostra Rivista, da chi non fa mai
nulla per migliorarla. Troppo comodo criticare,
o almanaccare su qualsiasi circostanza. C’è un
solo modo per vedere realizzati i propri sogni:
svegliarsi e partecipare. Non serve il patentino
da giornalista per scrivere su Italia
Ornitologica. Occorre solo spirito di
sacrificio, voglia di collaborare, e soprattutto
tanto desiderio per essere d’aiuto agli altri.
La partecipazione è sinonimo di vivacità, di
interesse, di condivisione. E mi auguro che, col
passare del tempo, sia sempre maggiore. Ma non
dimentichiamocelo mai: i fatti sono una cosa, le
opinioni un’altra. Faccio un esempio: se uno
scrive che un canarino fuori dalla propria
gabbia muore, questo è un fatto. E non bisogna
rispondere che, chi lo scrive, é il solito
integralista, poco attento al
benessere degli animali. Perché questa è un
opinione. I fatti vanno separati dalle opinioni.
E non «Niente fatti, solo opinioni». I primi
non devono disturbare le seconde. Senza fatti,
si può sostenere tutto e il contrario di tutto.
Con i fatti, no. C’è chi nasconde i fatti perché
se no lo attaccano e lui vuole vivere in pace.
C’è chi nasconde i fatti perché altrimenti non
lo invitano più in certi “salottini”. C’è chi
nasconde i fatti perché certe cose non si
possono dire. C’è chi nasconde i fatti perché
altrimenti è più difficile voltare gabbana
quando gira il vento. C’è chi nasconde i fatti
perché altrimenti poi la gente capisce tutto. E
potrei continuare per altre 20 righe. Non è mio
costume farlo. E pretendo che tutti
i miei
collaboratori
facciano altrettanto.
Non possiamo abolire le notizie per non
disturbare le opinioni. Quando mi scrivono che
bisogna essere sempre obbiettivi mi viene da
sorridere. Perché si fa, da sempre, molta
confusione tra obiettività, neutralità e
imparzialità. O, al contrario,
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tra faziosità, partigianeria e parzialità. Il
valore da salvareè l’imparzialità, che non è sinonimo né di
obiettività né di neutralità. L’obiettività è
impossibile: ciascuno di noi nasce con i suoi
interessi e le sue passioni, e cresce educato a
certi valori. La sua visione del mondo è
un’impronta originale che condiziona il suo modo
di vedere le cose e di giudicarle di
conseguenza. Quando tre testimoni di uno stesso
fatto vengono convocati in Tribunale per
riferirlo sotto giuramento, lo raccontano in tre
modi diversi e non per questo due su tre sono
falsi testimoni. Possibilissimo che dicano tutti
e tre la verità, la loro verità: lo stesso fatto
filtrato da tre diverse «culture». Dello stesso
fatto ciascuno nota o ricorda un aspetto, un
particolare, una sfaccettatura, un’emozione
difficilmente sovrapponibili a quelli notati o
ricordati dagli altri due. Nessuno può essere
obiettivo, e nemmeno neutrale. Solo i robot sono
obiettivi, solo i morti sono neutrali. Non si
può pretendere che tutti vedano allo stesso
modo, con la stessa scala dei valori e di
priorità. Né si può immaginare che un essere
vivente non partecipi a un avvenimento con le
sue passioni. L’arbitro non è né neutrale né
obiettivo: vede quel che può e magari è più o
meno restio a fischiare certi tipi di falli, a
concedere certe punizioni o calci di rigore. Ma
se è in buona fede, è imparziale. Non si propone
di far vincere questa o quella squadra. Tratta
tutte le squadre e tutti i giocatori allo
stesso modo. Una volta prese le misure, le
applica a tutti in maniera eguale. L’arbitro
neutrale non fischia mai per non scontentare
nessuno, è un pessimo arbitro. L’ arbitro cerchiobottista cerca di fischiare una volta da
una parte e una volta dall’altra per
accontentare tutti, e anche lui un pessimo
arbitro. L’arbitro imparziale fischia ogni volta
che gli pare giusto farlo, alla luce dei
regolamenti, della sua coscienza, dei pesi e
delle misure che è abituato ad applicare in ogni
partita, su tutti i campi, nei confronti di
chiunque gli capiti a tiro. A parità di
comportamenti, pari sanzioni. Ecco, questo e
solo questo è un buon arbitro. Sono questi i
principi con i quali dirigo la nostra Rivista.
Il resto sono solo chiacchiere da Bar Commercio.
Strano il nostro Paese. Colpisce i venditori di
sigarette, ma premia i venditori di fumo.
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