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CONOSCERCI PER FARCI CONOSCERE

 
 

     
 
 

 

“CONOSCERCI PER FARCI CONOSCERE”: Altre precisazioni

 

1- E’ opportuno ricordare, per l’ennesima volta, che l’analisi degli allevamenti FOI ha obiettivi che riguardano soltanto la composizione degli allevamenti (dunque quali specie) e la loro consistenza (dunque il numero di riproduttori e la produttività). Non c’entra nulla, né vengono rilevati, la tipologia dei locali d’allevamento, la loro corrispondenza a standard (comunali) d’igienicità, la dimensione economica dell’attività d’allevamento amatoriale, le caratteristiche tecniche e dimensionali delle gabbie d’allevamento.

E’ pertanto fuorviante -rispetto il progetto di cui stiamo discutendo- continuare a porre questi temi come se fossero una componente del cosiddetto censimento o mappatura degli uccelli (allevamenti) da compagnia FOI. Tali temi citati sono regolamentati da leggi dello Stato o locali ed il loro rispetto pertanto è comunque doveroso: è però un problema che riguarda la sensibilità d’ogni singolo allevatore, che non coinvolge in nessun modo le Associazioni e la Federazione e che non viene influenzato dalle procedure e dai dati raccolti nel censimento.

 

2- Allo stesso modo il censimento non darà patenti di nessun genere a nessuno e tanto meno non darà patenti d’idoneità (o meno) a nessun allevatore / allevamento. Su questo piano, il dopo censimento vedrà tutto come prima dello stesso.

 

3- Le dimensioni delle gabbie: sono, allo stato attuale, governate ufficialmente solo nella Regione Emilia/Romagna, con una specifica normativa, come ricordato nei documenti presenti sui siti FOI e SOR. Non ci sono notizie d’altre normative in funzione.

Cosa decideranno i Comuni e le Regioni a proposito delle dimensioni delle gabbie da allevamento non dipenderà dal censimento FOI, che non si occupa di tale tematica.  Dipenderà, invece, dal confronto fra gli enti locali ed i rappresentanti delle varie sensibilità presenti sul territorio, fra cui ambientalisti (e possiamo immaginarne la posizione), commercianti ed allevatori. Se localmente gli allevatori (Associazioni, Raggruppamenti) saranno attivi e convincenti, si potrà ottenere -come in Emilia/Romagna- una normativa non negativa, altrimenti gli allevatori subiranno. E non potranno accusare altri che se stessi. Così funziona, in pratica, il mondo.

 

4- Attualmente i dati richiesti dalle Istituzioni sono accorpati. Ma per fornire dati accorpati è indispensabile partire dai dati Micro. Che in Italia siamo in 60 milioni di abitanti lo abbiamo saputo sommando i dati per famiglia a formare la popolazione comunale, poi sommando i dati comunali per avere il dato provinciale, poi sommando quelli provinciali per avere il dato regionale, e cosi via. Non c’è altra strada. E nel caso nostro i dati richiesti (v. punto 1) sono noti solo al singolo allevatore,ed è pertanto a lui che vengono richiesti.

E’ esattamente la medesima procedura adottata da decenni da decine, migliaia di aziende che forniscono i loro dati costitutivi (quali tipologie di attività) e quantitativi (volumi di produzione per tipologia, mercati, numero di dipendenti, localizzazione delle sedi produttive e commerciali ecc.). Questi dati, da decenni, sono forniti dalle singole entità economiche alle istituzioni locali e nazionali ed alle organizzazioni di categoria, che le utilizzano, in forma aggregata e disaggregata, per le loro analisi a sostegno dello sviluppo dei propri associati. Comprese le categorie con le quali tuttora noi veniamo identificati: gli allevamenti zootecnici.

Non si hanno notizie di ribellioni a queste usanze, né di angherie perpetrate dalle Istituzioni ai danni degli imprenditori che raccolgono e forniscono notizie su se stessi e la propria attività. E ciò appare tanto più vero se pensiamo che l’evasione fiscale nel nostro Paese ha dimensioni ciclopiche, così come l’evasione contributiva. Alla luce di queste banali considerazioni, appare sinceramente immotivato il timore espresso da qualcuno.

 

5- Quali sono i vantaggi di essere “sfilati” dalla categoria avicola zootecnica ed essere considerati (riconosciuti) come categoria a sé stante (uccelli da compagnia), visto che la direttiva 2005 Storace, conferma nel 2006 il divieto di mostre, fiere ed assembramenti avicoli, salvo deroghe.

Risposta breve: perché come uccelli da compagnia è più facile ottenere la deroga.

 

Ma le condizioni vanno preparate, non basta la qualifica di “allevatori di uccelli da compagnia”, non c’è automatismo. E’ quello che stiamo facendo con il progetto “l’anello FOI deve diventare una sicurezza ed una garanzia”. Cioè, il dire che siamo altro rispetto all’avicolo industriale non basta: bisogna dimostrarlo con argomentazioni convincenti (per le autorità). Come? Seguendo tre filoni:

-siamo utili, non solo a noi stessi (che è già positivo) ma alla società civile in generale (la scienza, l’ambiente, i deboli, impatto economico per altre categorie….);

-siamo trasparenti: è chiaro e visibile chi siamo, quali sono le nostre attività e qual è il loro impatto sull’intero ambiente animale e sociale;

-siamo in possesso di sensibilità e strumenti operativi efficaci e credibili per il controllo delle nostre attività ed in particolare, per quanto riguarda l’impatto sulla salute degli uomini e degli animali.

 

Poiché la nostra è un’attività amatoriale, quindi no-profit, non ci vengono richiesti dati di carattere economico, pur sapendo che altri -grazie alla nostra attività amatoriale- svolgono attività con fine di lucro.

Tutte queste cose (le condizioni aggiuntive rispetto il fatto che non facciamo parte della categoria degli allevatori di pollame ad uso alimentare) le stiamo costruendo ed abbiamo cominciato a dirle. La conoscenza dei nostri allevamenti (torniamo al censimento …) ha anche questa grande finalità.

 

Sul piano pratico, poi, possiamo sostenere il “diritto” alla deroga in quanto “uccelli da compagnia”, perché le condizioni d’allevamento adottate dai nostri allevamenti sono oggettivamente a bassissimo rischio, rispetto i pollai industriali: gli allevamenti sono al chiuso o protetti (ricordiamo: oggi è condizione inderogabile mettersi in regola!), gli allevamenti sono a distanza di sicurezza, non c’è promiscuità con mezzi, personale, attrezzature, mangimi provenienti da aree potenzialmente infette, i nostri uccelli non bevono acque superficiali (potenzialmente infette) ma d’acquedotto, le importazioni sono controllate con quarantene ecc..

Inoltre, finché rimaniamo inquadrati nell’avicolo alimentare, le deroghe sono per noi inaccessibili, poiché sono legate ad analisi di ricerca virus H5N1 con metodiche di legge, inapplicabili al nostro caso.

Ed ancora:pensiamo all’obbligo di legge di registrazione di tutti gli allevamenti avicoli. Si veda lo specifico approfondimento, che è però una mia visione, non condivisa sul piano pratico da tutte le autorità. Non ripeto qui le motivazioni che rendono –a mio giudizio–assurda l’applicazione al mondo degli uccelli da compagnia di norme nate per uccelli destinati all’alimentazione umana.

Distinguersi da quel mondo ci semplificherebbe nettamente la vita: dovremo in ogni modo registrare i nostri allevamenti, ma con il nostro codice RNA anziché con una complicazione burocratica, ma potremo evitare tutti i vincoli (molti e severissimi) cui deve sottostare il comparto avicolo destinato all’alimentazione umana.

 

Ricordo a tutti noi, ed in particolare a coloro che sono particolarmente dubbiosi sul censimento sia perché costringe ad apparire (si rischia di confondere la privacy con qualcosa d’altro) e sia perché invita a fornire i propri dati d’allevamento, che tutte le attività d’allevamento sono, nel nostro Paese, registrate. Salvo i nostri (ma c’è il Vademecum, senza il quale non sarebbe possibile la nostra attività), e -ovviamente- quelli illegali.

 

8 agosto 2006

Enrico Banfi

 

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